2005-2006

2005-2006

BERLINO – RAVENSBRÜCK

I 60 anni della Repubblica. Da sudditi a cittadini. Democrazia, Pace, Giustizia nella Costituzione.
Corso residenziale per docenti campi di Majdanek – Belzec (Polonia)

 

LaProvincia – Quotidiano di Cremona
Lunedì 1 maggio 2006

In visita all’inferno

Circa350 studenti della provincia a Ravensbrück

dall’inviato Francesca Morandi

 

RAVENSBRÜCK — Ravensbrück — ‘ponte dei corvi’ — il lager definito l’inferno delle donne si trova a 81 chilometri da Berlino… Situato in una zona fredda e paludosa sul lago di Schweed, fu aperto il 18 maggio 1939 e fu chiuso il 30 aprile 1945. Ieri, nel giorno del 61esimo anno della liberazione , ‘per non dimenticare’ circa 350 studenti dei licei e degli istituti di Cremona, Crema, Pandino, Soresina e Casalmaggiore, hanno depositato tre corone d’alloro davanti alla fossa comune delle deportate italiane, nel corso di una cerimonia suggestiva, aperta dall’Ave Verum di Mozart cantata dai ragazzi delle Magistrali.

La visita al lager è stata la tappa più sconvolgente del ‘viaggio della memoria’ organizzato da Ilde Bottoli, coordinatrice del Comitato provinciale per la difesa e lo sviluppo della democrazia, un viaggio cominciato il 26 e 27 aprile per gli studenti suddivisi in due turni, che a Berlino hanno visitato il Museo ebraico, il Memoriale degli ebrei e il Muro di Berlino, prima di arrivare nell’‘inferno delle donne’, il lager dove dal maggio 1939 al 30 aprile 1945, le deportate immatricolate ammontarono a 125.000, delle quali 92.000 morirono. Negli ultimi mesi della guerra, la media giornaliera dei decessi fu di 300 detenute stroncate da tubercolosi, febbre tifoidea, tifo, dissenteria. I loro cadaveri venivano bruciati nei tre forni crematori in funzione dall’aprile 1943, le ceneri gettate nel lago Schweed. La popolazione nel campo di concentramento, nel 1943 toccò le 30.849 donne e con la fine di giugno 1944 cominciarono ad affluirne anche dall’Italia, ultima nazionalità ad arrivare nel lager.

Donne annientate nella loro individualità, umiliate, rasate, spogliate, costrette a stare in piedi per ore. Donne costrette a vivere in 250 in ciascuna baracca e dai racconti delle sopravvissute si sa che nello stesso letto dormivano in 4 o in 5. La giornata cominciava alle 3 e mezza del mattino con la sirena. Le deportate dovevano presentarsi nel piazzale dell’appello. Per colazione un caffé, per pranzo e cena una zuppa di patate per quelle donne che svolgevano lavori pesanti, dentro, ma anche fuori il campo, nelle imprese della cittadina, che dunque sapeva e taceva. Donne sbattute nella prigione del lager, una struttura su due piani, poco distante dai forni crematori, perché accusate di sabotaggio o di non aver voglia di lavorare. Donne sottoposte alla sperimentazioni medica, sterilizzate. Ancora, donne costrette ad abortire. Nel 1944 fu creato un luogo dove farle partorire: 550 bambini nacquero qui, tra le baracche e il filo spinato. Morirono con le loro mamme.

«Credo che più delle parole parlino questi luoghi — ha detto il presidente della Provincia Giuseppe Torchio, che ha rivolto un ricordo anche alle vittime di Nassiriya —. Credo che parlino di più le sensazioni, e le emozioni di fronte a quello che è potuto succedere».Per Torchio «un orrore che non è finito, perché nel mondo queste cose continuano. Siamo impegnati in Bosnia Erzegovina con iniziative internazionali». Ai ragazzi ieri il presidente Torchio ha rivolto un messaggio «intanto di ringraziamento perché siete venuti qui in moltissimi. Tutto questo aiuta a rispettare qualunque bandiera, idea, religione che vi siano al mondo ed in particolare quelle bandiere di Israele bruciata nelle recente manifestazione italiana».

Il 30 aprile di 61 anni fa, il comandante dell’‘inferno delle donne’ chiamò le deportate nel piazzale dell’appello e si rivolse a loro come non aveva mai fatto. Dal ricordo di una sopravvissuta.«Care donne, è arrivato il momento di salutarci. Io spero di tutto cuore che abbiate avuto un buon ricordo del campo». Si spalancò il portone, entrarono i militari della Croce Rossa danese e norvegese. Le donne, quelle che ce l’avevano fatta, furono portate via dall’inferno. Per non dimenticare.
Inviaggio all’inferno/2.
Da Cremona ha partecipato una folta rappresentanza
La delegazione cremonese era composta da circa 350 studenti delle scuole superiori di Cremona (Manin, Einaudi, Torriani, Anguissola, Vacchelli, Beltrami, Vida, Stanga). di Casalmaggiore (Polo Romani), di Crema (Itis Galilei, Racchetti, Da Vinci e ITC), di Pandino (Stanga) e di Soresina (Itc Ponzini). Alla deposizione della corona d’alloro erano inoltre presenti il presidente della Provincia Giuseppe Torchio, Roberto Mariani, presidente del consiglio provinciale, Antonella Poli, vice presidente e i consiglieri provinciali Pier Attilio Superti e Giovanni Scotti. Per il Comune c’era il presidente del consiglio Mauro Fanti, e gli assessori Maura Ruggeri e Gianfranco Berneri con il consigliere Alessia Manfredini. C’erano infine l’assessore comune di CremaVincenzo Cappelli, il sindaco di Bordolano Luigi Amore, e Ilde Bottoli, coordinatrice del comitato per la difesa della democrazia.

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